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la Basilica di Santa Croce è la chiesa francescana più grande del
mondo, in cui sono riunite fondamentali testimonianze di storia, arte e fede della
cultura occidentale

Nel 1228 è testimoniata l’esistenza di un primo piccolo
oratorio costruito dai francescani in una zona paludosa in prossimità
della riva nord dell'Arno. L'edificio fu ampliato intorno alla metà del secolo,
ma le dimensioni non erano ancora sufficienti per accogliere i numerosi fedeli che
lo frequentavano, tanto che il 3 maggio 1294 (o 1295, l’anno è
controverso) venne gettata la prima pietra di un nuovo edificio, quello attuale.
Fu una cerimonia solenne, accuratamente descritta da
Giovanni Villani, alla quale presero parte non solo i rappresentanti del
potere religioso e politico della città, ma anche «tutta la buona gente
di Firenze, uomini e donne».
Santa Croce accolse inizialmente i sepolcri delle famiglie della zona circostante; poi
nel Quattrocento, con le tombe dei cancellieri della Repubblica
Leonardo Bruni e Carlo Marsuppini,
divenne custode della memoria dei fiorentini illustri. I monumenti a Michelangelo,
eretto dal 1564, e quelli più tardi a
Galileo e Machiavelli
ispirarono Ugo Foscolo che
nel carme I Sepolcri, del 1807,
indica Santa Croce come «Tempio delle itale glorie», segnandone il passaggio
da Pantheon della città di Firenze a Pantheon
degli Italiani.
La chiesa di Santa Croce venne edificata all’esterno delle mura cittadine,
in una zona povera, paludosa e ancora scarsamente abitata, tanto che fu possibile
lasciare libero un ampio spazio destinato ad accogliere le folle in occasione
di prediche e sacre rappresentazioni, ma anche di tornei e spettacoli. La piazza
è diventata col tempo uno dei punti nevralgici della vita culturale e commerciale
fiorentina.
Sul suo perimetro si affacciano dimore prestigiose: tra
gli altri
Palazzo Cocchi Serristori, attribuito a
Giuliano da Sangallo o Baccio d’Agnolo,
e Palazzo dell’Antella, il cui prospetto venne affrescato fra il 1619 e il
1620. Nel Rinascimento nella piazza si svolsero feste e giostre: la più famosa
fu quella vinta da Giuliano de’ Medici
e celebrata da
Agnolo Poliziano nelle Stanze. In piazza Santa Croce si tengono
oggi le partite del
Calcio Storico Fiorentino e – sia su Palazzo dell’Antella che
su quello che lo fronteggia – è presente un tondo in marmo del 1565
che indica la linea di mezzeria. Il gioco,
chiamato un tempo “calcio in livrea”, si svolgeva anche in altri spazi,
ma in piazza Santa Croce si è tenuta la famosa partita del 17 febbraio 1530,
giocata per dimostrare lo spirito combattivo dei fiorentini durante l’Assedio posto alla città
dalle truppe dell'imperatore
Carlo V.
Il
14 maggio 1865, in occasione del V centenario della nascita di Dante Alighieri, venne
collocato al centro della piazza il monumento dedicato dallo scultore emiliano Enrico
Pazzi al poeta. Scrive Giorgio de Chirico nel 1910: «in un limpido pomeriggio
autunnale ero seduto su una panca al centro di piazza Santa Croce [...]. Al centro
della piazza si erge una statua di Dante, vestita di una lunga tunica, il quale
tiene le sue opere strette al proprio corpo ed il capo coronato dall’alloro
pensosamente reclinato... Il sole autunnale, caldo e forte, rischiarava la statua
e la facciata della chiesa. Allora ebbi la strana impressione di guardare quelle
cose per la prima volta, e la composizione del dipinto si rivelò all’occhio
della mia mente. Ora, ogni volta che guardo questo quadro, rivedo ancora quel momento.
Nondimento il momento è un enigma per me, in quanto esso è inesplicabile.
Mi piace anche chiamare enigma l’opera da esso derivata». Per permettere
lo svolgimento delle partite del Calcio in Costume, il monumento è stato
rimosso e spostato nella posizione attuale sul sagrato.
La piazza resta luogo privilegiato per ospitare rappresentazioni e fiere: ancora
oggi vi si organizzano rilevanti manifestazioni. Tra gli spettacoli recenti
più significativi va ricordato Tutto Dante di
Roberto Benigni, che dal 25 luglio al 19 agosto 2006 ha letto e commentato tredici
Canti della
Divina Commedia.
La chiesa di Santa Croce fu consacrata il 6 gennaio 1443
more florentino (1444 secondo il computo moderno), ma rimaneva da ultimare
la facciata, che rimase per più di tre secoli con a vista il
paramento in pietraforte destinato
a supporto degli elementi architettonici e scultorei. Al centro della scabra superficie
san Bernardino da Siena fece apporre nel 1437 un tondo in pietra con il monogramma
di Cristo: le lettere IHS in un
sole raggiato. La grandissima vetrata – di quasi sei metri di
diametro – fu eseguita su disegno di
Lorenzo Ghiberti, mentre sopra il portale centrale venne collocato il San Ludovico
di Tolosa di Donatello,
in bronzo dorato, già in una nicchia di Orsanmichele.
Nell’Ottocento,
dato il ruolo di Pantheon degli Italiani assunto da Santa Croce, si avvertì
la necessità di ultimare l’edificio e nel 1857 papa Pio IX pose la prima pietra
della facciata. L'inaugurazione ebbe luogo il 3 maggio 1863, ma la facciata venne
ultimata solo nel 1865, in occasione dei festeggiamenti del centenario dantesco,
quando al centro della piazza fu collocato il monumento a Dante. La facciata a tre
cuspidi rivestita di marmi
bicromi si riallaccia con gusto neogotico
ai più consueti modelli fiorentini: si deve all’architetto anconetano
Niccola Matas, che presentò un disegno dicendolo ispirato a quello
antico di
Simone del Pollaiolo detto il Cronaca, andato perduto.
La
presenza sulla facciata di una stella di Davide in mosaico e la posizione della
tomba di Matas all’esterno della chiesa (sul sagrato dinanzi al portale principale
dove una lapide lo ricorda), hanno fatto presumere che l’architetto fosse
di religione ebraica. La stella è legata però anche alla religione
cattolica, all’interno è raffigurato il monogramma di Cristo e il testo
dell’iscrizione indica che la facciata stessa è intesa come straordinario
monumento funebre del suo artefice.
Nel primo chiostro furono riuniti i materiali necessari per la realizzazione della
facciata. Vennero utilizzati vari tipi di marmo: bianco di Seravezza¸ rosso
di due tonalità (proveniente da Cintoia e da Bolgheri), verde più
chiaro da Prato e serpentino scuro da Pisa, nero di Asciano e giallo di Siena, ma
anche marmo rosso d’Egitto.

L’originario piccolo campanile sopra l’abside
della chiesa crollò nel 1512 e
Francesco da Sangallo
fu incaricato di progettarne un altro alla sinistra della facciata. I lavori
vennero iniziati, ma abbandonati per mancanza di fondi dopo la costruzione del solo
basamento, lasciato incompiuto fino all’Ottocento. I fiorentini lo soprannominarono
'masso di Santa Croce'.
Il progetto
per un nuovo campanile di gusto neogotico fu presentato nel 1842 dall’architetto
Gaetano Baccani: venne
innalzato presso la sagrestia e ultimato nel
1847. È in pietraforte (un materiale
dal colore giallastro di tonalità calda, usato per tutta la chiesa), alleggerito
da monofore e cornici, e si conclude con
una lanterna cuspidata.
La chiesa ha pianta
a T (croce egizia), con cappelle che si aprono
sul transetto; le tre
navate sono separate da pilastri ottagonali su cui si innalzano archi a
sesto acuto. Come in altri edifici gotici italiani,
lo slancio verticale è attenuato dalla copertura a
travature lignee e dal camminamento
che corre sopra le arcate della navata centrale: la rinuncia alle
volte a crociera è motivata anche dalla sua eccezionale larghezza.
Un tramezzo in muratura divideva la parte della
chiesa destinata ai fedeli da quella utilizzata dai religiosi, ma Giorgio Vasari, per volere
di
Cosimo de’ Medici, intervenne dal 1565 per mettere in atto le direttive
del Concilio di Trento. Vasari abbatté il tramezzo che impediva il contatto
diretto dei fedeli con l’altare, trasferendo nell’abside
il coro dei religiosi già al centro della navata.
Alle pareti laterali della chiesa, private di affreschi e cappelle, furono addossati
quattordici nuovi altari i cui dipinti – commissionati ai più noti
pittori dell’epoca – ripropongono la storia della Passione di Cristo
dall’Ingresso in Gerusalemme alla Pentecoste.
La
costruzione della chiesa cominciò dal transetto e dalle cappelle che vi si
affacciano, di cui le più importanti casate della zona ne ottennero
il patronato: tra le altre le famiglie Bardi, Peruzzi, Benci, Niccolini, Alberti,
Castellani, Baroncelli e Spinelli. Le cappelle furono decorate in tempi ravvicinati
con cicli di affreschi, così che
Santa Croce conserva le testimonianze più significative della pittura fiorentina
del Trecento.

Il grande ambiente a pianta quadrata con soffitto a capriate
dipinte fu fatto costruire intorno al 1340 dalla famiglia Peruzzi. La parete sud
è decorata da affreschi che, iniziati intorno al 1333 da Taddeo Gaddi, vennero ultimati
circa sessanta anni dopo da Niccolò
di Pietro Gerini e Spinello Aretino,
in uno stile fedele alla tradizione fiorentina. I banconi
e gli armadi intarsiati, addossati alle pareti
e collocati al centro della sala, contengono arredi sacri e reliquie. Sulla sagrestia
si affaccia una cappella che nel 1371 era dei Rinuccini: il nome di questa famiglia
(insieme alla data) è presente sulla splendida cancellata di ferro. La cappella,
consacrata alla
Natività della Vergine e a Maria Maddalena,
è decorata da un ciclo di affreschi
di Giovanni da Milano
- al quale si devono i registri superiori - e
del cosiddetto Maestro della Cappella Rinuccini, identificato in Matteo di Pacino,
a cui sono attribuiti quelli inferiori.
Un corridoio congiunge il transetto destro della
chiesa con la cappella Medici e il Noviziato (che era la zona destinata ai novizi,
cioè ai giovani che entravano in convento). La costruzione di questa parte
del Complesso fu finanziata da
Cosimo de’ Medici, che ne affidò l’esecuzione al proprio
architetto di fiducia, Michelozzo. Cosimo volle
che la cappella fosse dedicata a Cosma e Damiano,
protettori della famiglia.
 
Intorno alla metà del Quattrocento le committenze della famiglia Medici moltiplicarono
a Firenze le immagini nelle quali apparivano Cosma e Damiano, due santi medici che
secondo la tradizione erano gemelli, e che probabilmente vennero scelti come patroni
per la coincidenza del cognome. Le raffigurazioni di Cosma e Damiano cominciarono
ad apparire negli ambienti in cui l’influenza medicea era particolarmente
significativa e il nome Cosimo divenne ereditario nella dinastia, mentre la morte
del gemello Damiano in fasce ha impedito che il nome venisse utilizzato nelle generazioni
successive, in quanto ritenuto di cattivo auspicio.
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