il Complesso di Santa Croce è uno dei pochissimi monumenti italiani che possiede ben ventiquattro vetrate originali


Le chiese gotiche dovevano rifulgere di luce: secondo le teorie di
Dionigi l’Areopagita la luce dell’universo era concepita come manifestazione di quella divina e poteva così rappresentare un mezzo di ascesa spirituale e un segno della rivelazione di Cristo nel buio del peccato.

Santa Croce è fra i pochi monumenti italiani a conservare le vetrate originali: ventiquattro di varie dimensioni sono concentrate principalmente nella zona del transetto.

I documenti attestano che in genere le chiese trecentesche avevano le finestre chiuse da vetrate colorate, e l’uso non si perse nel Quattrocento, ma numerose sono andate perdute sia per la fragilità del materiale che per il mutare del gusto.

In Italia le vetrate non assunsero comunque mai l’importanza che ebbero nel Nord Europa, dove l’assenza di pareti intonacate e la presenza di enormi finestre fecero della vetrata la sola possibile pittura monumentale.

Sebbene le vetrate presentino spesso immagini riconoscibili, hanno però oggi più un valore suggestivo che dottrinale: non vengono osservate nei dettagli perché colpisce la luce colorata che filtra, più che le scene o i santi raffigurati.

I soggetti seguono tuttavia un ben preciso progetto iconografico legato sia alle singole cappelle che a una concezione più generale, anche se lo spostamento di molte vetrate di Santa Croce dalla posizione originaria rende oggi difficile una lettura sicura del pensiero che sottende alle scelte.

L’esecuzione delle vetrate vedeva il pittore predisporre il cartone per il maestro vetraio, che le realizzava unendo i pezzi di vetro colorato e legandoli in piombo; infine, il pittore aggiungeva le ombre con un pennello, caratterizzando l’insieme con il proprio stile, proprio come se si fosse trattato di una tavola.

Le vetrate di Santa Croce sono strettamente legate alle cappelle per le quali sono state realizzate, anche perché generalmente ideate dagli stessi artisti cui era affidata la decorazione ad affresco.

Tra le prime opere realizzate da Giotto in Santa Croce, probabilmente tra il 1305 e il 1309, bisogna ricordare la vetrata della settima campata del transetto destro, oggi conservata frammentaria nel Museo. L’occhio superiore raffigura il sacerdote Aronne, mentre le due lunette presentano due Santi diaconi martiri, la cui solennità rinvia a Giotto.

Le vetrate della cappella Maggiore sono perlopiù opera di Agnolo Gaddi e della sua bottega e sono state realizzate – come il ciclo di affreschi – alla fine del Trecento. A un momento precedente risale l’occhio della vetrata nord: è stato assegnato sia a Pacino di Bonaguida (notizie 1303-1339) che a Taddeo Gaddi (1300 ca.-1366), e potrebbe rappresentare l’Apparizione di San Francesco ad Arles, ma anche l’Ascensione di San Francesco.

 

 

 

 

Vetrata di Maso di BancoMaso di Banco, geniale allievo di Giotto, nella cappella Bardi affrescata con Storie di san Silvestro e Costantino ha riproposto nelle vetrate – oltre agli stemmi della famiglia committente – santi, papi e imperatori, in accordo col tema del ciclo pittorico con il quale si voleva sottolineare che i Bardi erano banchieri di pontefici e regnanti.

Molte vetrate di Santa Croce sono state magistralmente restaurate tra Otto e Novecento da Ulisse De Matteis e più recentemente dalla Ditta Polloni.

 










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