Il Museo dell'Opera

l'antico refettorio e l'ala del convento che divide i due chiostri ospitano il Museo dell’Opera che accoglie opere straordinarie e il simbolo dell’alluvione del 1966, il Crocifisso di Cimabue

Già nel 1884 nel refettorio (o Cenacolo) vennero depositati materiali provenienti dai magazzini dell’Opera, ma l’apertura di un Museo vero e proprio risale al 2 novembre 1900.

Un nuovo allestimento fu inaugurato nel 1959 e ampliato nel 1962: pochi anni dopo, durante la terribile alluvione del 4 novembre 1966, l’acqua raggiunse 5 metri e due centimetri. La nafta e il fango produssero danni gravissimi, deturpando le opere con macchie giallastre.
Il Crocifisso di Cimabue – divenuto drammatico simbolo dell’alluvione stessa – subì una perdita del 60% della superficie pittorica.

Crocifisso prima dell'alluvione
Crocifisso durante l'alluvione
Crocifisso dopo l'alluvione

A lungo il Museo è stato chiuso ed è stato riaperto nel 1975; l’anno successivo è stata riportata la grande Croce. Nel 2006, in occasione del quarantennale dell’alluvione, grazie all'impegno congiunto dell’Opera di Santa Croce, dell’Opificio delle Pietre Dure e della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico, è stato inaugurato un nuovo allestimento con il ritorno di una parte delle opere che avevano subito danni: talune provenienti da altre parti del complesso, altre già in precedenza nel museo. Altre opere sono state ricollocate nel 2009.

Si accede al museo dall’ala di fabbricato che divide i due chiostri: le prime tre sale accolgono affreschi staccati, sinopie, rilievi, sculture e arredi lignei. Nel quarto ambiente – già cappella della famiglia Cerchi – la cui struttura gotica è stata rimaneggiata all’inizio del Quattrocento, sono riunite opere in terracotta invetriata dei Della Robbia e frammenti di decorazioni provenienti dalle pareti. 

La parete di fondo dell’adiacente piccolo refettorio, anticamente utilizzato dai frati in inverno, è occupato da un affresco a lunetta di Jacopo Ligozzi, il cui soggetto è legato all’uso dell’ambiente: San Francesco d’Assisi morente distribuisce il pane ai confratelli. Nella sala sono esposte alcune vetrate, affreschi staccati e dipinti.

L’antico refettorio del convento di Santa Croce, o Cenacolo, edificato nella prima metà del Trecento, è un vastissimo ambiente rettangolare con copertura a travature scoperte, la cui parete di fondo è stata affrescata da Taddeo Gaddi: l’Ultima Cena è sovrastata dall'Albero della Vita (ispirata al Lignum vitae di Bonaventura da Bagnoregio).

I danni provocati dall'alluvione del 1966 resero necessario il distacco dell'immenso affresco e la sua ricollocazione: un intervento straordinario.

Vi sono oggi esposte le opere più significative del Museo, innanzi tutto il gigantesco Crocifisso dipinto da Cimabue, la cui esecuzione può essere collegata al rinnovamento della chiesa iniziato alla fine del Duecento. La croce, in caso di minaccia di alluvione, è sollevabile con un meccanismo manovrabile dall'alto.


Alle pareti sono appesi frammenti dal Trionfo della morte, l'Inferno e il Giudizio finale, un grandioso affresco di Andrea Orcagna, in origine sulla parete destra di Santa Croce.

Un tabernacolo, che riproduce in calco quello originario di Orsanmichele, accoglie la grande statua in bronzo dorato del San Ludovico di Tolosa, realizzata da Donatello intorno al 1423. La scultura fu rimossa da Orsanmichele e trasferita sulla facciata di Santa Croce già prima del 1510. Rimossa nell’Ottocento per la realizzazione della facciata, dal 1908 è conservata nel Museo.

Dal novembre 2006 sono stati collocati su un grande manufatto centrale alcuni dipinti restaurati: particolarmente significativi la Deposizione dalla Croce di Francesco Salviati (del 1547-1548) e la Discesa di Cristo al Limbo, firmata e datata 1552 dal Bronzino, provenienti dai due altari sulla controfacciata, rimossi nell’Ottocento.

Dal 2009 sono tornate nel museo due Madonne col Bambino trecentesche, la grande pala di Alessandro Allori raffigurante la Deposizione dalla croce, e la Trinità opera di Lodovico Cigoli del 1592.