La sagrestia e la Cappella Rinuccini

Il grande ambiente a pianta quadrata con soffitto a capriate dipinte fu fatto costruire intorno al 1340 dalla famiglia Peruzzi. La parete sud è decorata da affreschi che, iniziati intorno al 1333 da Taddeo Gaddi, vennero ultimati circa sessanta anni dopo da Niccolò di Pietro Gerini e Spinello Aretino, in uno stile fedele alla tradizione fiorentina. I banconi e gli armadi intarsiati, addossati alle pareti e collocati al centro della sala, contengono arredi sacri e reliquie.

Sulla sagrestia si affaccia una cappella che nel 1371 era dei Rinuccini: il nome di questa famiglia (insieme alla data) è presente sulla splendida cancellata di ferro.
La cappella, consacrata alla Natività della Vergine e a Maria Maddalena, è decorata da un ciclo di affreschi di Giovanni da Milano - al quale si devono i registri superiori - e del cosiddetto Maestro della Cappella Rinuccini, identificato in Matteo di Pacino, a cui sono attribuiti quelli inferiori.

La Cappella Medici e il Noviziato

Cappella Medici Un corridoio congiunge la parte destra del transetto della chiesa con la cappella Medici e il Noviziato (che era la zona destinata ai novizi, cioè ai giovani che entravano in convento).
La costruzione di questa parte del Complesso fu finanziata da Cosimo de’ Medici, che ne affidò l’esecuzione al proprio architetto di fiducia, Michelozzo. Cosimo volle che la cappella fosse dedicata a Cosma e Damiano, protettori della famiglia.

Cappella Medici Intorno alla metà del Quattrocento le committenze della famiglia Medici moltiplicarono a Firenze le immagini nelle quali apparivano Cosma e Damiano, due santi medici che secondo la tradizione erano gemelli, e che probabilmente vennero scelti come patroni per la coincidenza del cognome.
Le raffigurazioni di Cosma e Damiano cominciarono ad apparire negli ambienti in cui l’influenza medicea era particolarmente significativa e il nome Cosimo divenne ereditario nella dinastia, mentre la morte del gemello Damiano in fasce ha impedito che il nome venisse utilizzato nelle generazioni successive, in quanto ritenuto di cattivo auspicio.