Dalla ricerca alla prevenzione
Il lavoro del recupero continua nei luoghi che accolgono le opere. Ricerca, conservazione e memoria diventano parti della stessa responsabilità.
Una tradizione che si trasforma
La ricerca scientifica sul restauro aveva una storia precedente al 1966. Ugo Procacci aveva fondato il Gabinetto Restauri nel 1932, e l’esperienza del passato accompagnava i nuovi interventi. L’alluvione rese urgente ampliare spazi, risorse e strumenti: la Fortezza da Basso accolse numerose opere danneggiate, anche di grandi dimensioni.
Il confronto fra restauratori, storici dell’arte e scienziati aiutò a comprendere il comportamento dei materiali e a scegliere interventi più adatti. Nel 1975 il Gabinetto Restauri e l’antico Opificio furono riuniti nell’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di restauro. Le conoscenze maturate sui cantieri entrarono nella ricerca e nella formazione di nuove generazioni.
La Limonaia di Boboli, usata abitualmente per ricoverare gli agrumi, fu attrezzata per controllare temperatura e umidità. Baldini descrive un’asciugatura da accompagnare lentamente, osservando come reagiva ciascuna opera. Tavole colpite dalla stessa piena potevano avere comportamenti differenti: il lavoro avrebbe dovuto tener conto della loro costruzione e delle condizioni dei materiali.
La ricerca accompagnava il lavoro dei restauratori. L’Istituto Centrale del Restauro contribuì all’allestimento della Limonaia; gruppi del CNR, studiosi di chimica e microbiologia e specialisti del legno affrontarono problemi diversi. Le misurazioni dell’umidità dei supporti e lo studio delle muffe e dei depositi di nafta aiutavano a scegliere gli interventi. L’emergenza richiedeva competenze già maturate e un confronto continuo con situazioni nuove.
«lo spettatore deve prima rimanere colpito dalla bellezza del dipinto e solo dopo, se particolarmente esperto, accorgersi che è stato restaurato e non viceversa»
Marco Ciatti, Soprintendente dell'Opificio delle Pietre Dure
Protezione ed esposizione
Non esisteva una soluzione adatta a tutte le opere. Per decidere come intervenire occorreva capire il danno, conoscere i materiali e valutare quanto fosse possibile conservare.
L’esito di un restauro dipende anche dalle condizioni in cui l’opera continuerà a vivere. Umidità, temperatura e collocazione influiscono sui materiali. Controllare l’ambiente e valutare i rischi permette di accompagnare il manufatto oltre la conclusione dell’intervento.
A Santa Croce, la scelta di collocare le opere in ambienti a quota più favorevole o la protezione predisposta per Vasari mostrano questo passaggio. Il Crocifisso di Cimabue è stato trasferito nella Sacrestia; il dispositivo dell’Ultima Cena permette di sollevare il dipinto. La memoria del danno entra così in una fase attiva di tutela.
Per le pitture sui muri, liberare la superficie dal fango non bastava. La nafta era penetrata anche negli strati sottostanti, mentre l’umidità assorbita dalla muratura trasportava sali che, durante l’asciugatura, potevano provocare nuovi sollevamenti e perdite. Nel primo resoconto Baldini distingueva questi problemi e descriveva una ricerca ancora in corso: la cura della superficie dipinta doveva procedere insieme a quella della struttura che la sosteneva.
Sessant’anni di memoria viva
Il tempo del recupero non coincide con le ore dell’emergenza, né con una data da ricordare. Le ricerche possono proseguire anche quando l’attenzione pubblica si è spostata altrove. Per questo la tutela richiede continuità: persone, competenze e risorse devono accompagnare le opere attraverso gli anni.
Già nel primo bilancio sui danni al patrimonio di Santa Croce si prevedeva che la restituzione delle opere avrebbe richiesto anni, forse decenni. Letta accanto alle vicende successive, quella previsione rende comprensibile la durata del recupero. I sessant’anni comprendono risultati raggiunti in momenti differenti. Le risposte agli effetti della catastrofe si sono perfezionate attraverso il lavoro, il progresso della ricerca e l’evoluzione delle tecniche di recupero.
Conservare una fotografia, raccogliere una testimonianza e spiegare una scelta di restauro aiutano a comprendere questo lavoro. La memoria attiva unisce il ricordo alla cura: riconosce ciò che è stato perduto, rende visibile ciò che è stato recuperato e mantiene aperta la responsabilità verso il futuro.

Il Cenacolo di Santa Croce nei giorni seguenti l’alluvione – Archivio dell’Opera di Santa Croce (per gentile concessione del Kunsthistorisches Institut in Florenz - Max-Planck-Institut)