Interno della Basilica con un gruppo di militari impegnati a rimuovere il fango dopo l’Alluvione del 4 novembre 1966) – Archivio dell’Opera di Santa Croce (Foto Bazzechi / Kunsthistorisches Institut in Florenz - Max-Planck-Institut)

Il 1966 e i soccorsi

Il danno alle opere e il lavoro per salvarle cominciano negli stessi luoghi. Fra acqua, fango e nafta, ogni gesto deve proteggere ciò che è ancora presente.

Quando l’acqua raggiunse l’arte

L’esondazione dell’Arno investì la Basilica, il Cenacolo e gli ambienti delle cappelle. Nel Cenacolo, allora adibito a museo, l’acqua raggiunse circa cinque metri, sommergendo il Crocifisso di Cimabue e numerosi altri capolavori. Nella Basilica salì a circa due metri e mezzo e colpì le parti inferiori delle pale d’altare e dei monumenti funebri; nella Cappella Pazzi danneggiò l’altare.

Il primo resoconto dedicato a Santa Croce, scritto da Ferdinando Rossi, descrive un danno che attraversava l’intero Complesso. Porte e armadi intarsiati erano deformati, il pavimento sconvolto in più punti, i monumenti segnati dalla nafta. Anche l’organo risultava gravemente compromesso. Il lavoro di recupero avrebbe dovuto riguardare insieme le opere esposte e gli elementi che appartenevano all’uso quotidiano della Basilica.

«Questo fu forse per me il momento più tragico di questi tragici giorni»

Ugo Procacci, Soprintendente ai monumenti e alle Belle Arti

La collocazione e i materiali cambiarono il destino delle opere. Il legno assorbiva acqua e si deformava, le superfici dipinte perdevano adesione, i depositi di fango e nafta contaminavano bronzi, pietre e pitture. Il danno continuava anche dopo il ritiro della piena: asciugandosi, un supporto poteva contrarsi e provocare nuovi distacchi. L’emergenza continuava anche dopo l’emergenza.

Ritrovare anche i frammenti

I frati francescani e i tecnici della tutela parteciparono al recupero, con Umberto Baldini, allora alla guida del Gabinetto Restauri degli Uffizi, impegnato nella salvaguardia delle opere. Nel Cenacolo si setacciò il fango per raccogliere anche i frammenti dispersi: piccoli brani di colore e di supporto che avrebbero potuto contribuire al lavoro successivo.

Ai religiosi e ai restauratori si affiancarono militari e volontari. Gli uomini della Brigata Cremona contribuirono a liberare gli ambienti dal fango. I giovani arrivati dall’Italia e dall’estero, ricordati come gli angeli del fango, divennero una delle immagini della partecipazione ai soccorsi.

Le cronache ricordano anche il tentativo dei frati di portare al sicuro volumi, paramenti e oggetti liturgici prima di riparare negli spazi superiori. Recuperare significava poi avanzare fra materiali dispersi, liberare i passaggi e procurarsi gli strumenti necessari. Il lavoro sulle opere non era separato dalla difficoltà e dalla necessità di rendere nuovamente accessibili i luoghi.

Interno della Basilica dopo l’alluvione del 4 novembre 1966 – Archivio dell’Opera di Santa Croce (Foto Epoca/Mondadori)

Come si presentava la Basilica dopo l’alluvione – Archivio dell’Opera di Santa Croce (Foto Epoca/Mondadori)

Prima proteggere poi restaurare

«Carta giapponese». Umberto Baldini ricorda che questa era una delle richieste più urgenti dei restauratori nei primi giorni dell’emergenza. Quelle parole passarono rapidamente fra chi offriva aiuto: indicavano un materiale leggero e resistente, necessario a proteggere le superfici dei dipinti. La velinatura tratteneva il colore sollevato e cercava di impedirne la caduta. Prima di recuperare l’immagine, occorreva conservare ciò che era ancora presente.

Anche lo spostamento doveva essere preparato. Una tavola bagnata era più pesante e poteva essere indebolita; cambiamenti improvvisi di temperatura e umidità rischiavano di aggiungere nuovi danni. In attesa di un luogo attrezzato, si cercò perciò di mantenere le opere nelle condizioni dei primi giorni e, quando possibile, in piano. Il recupero cominciava dalla capacità di limitare il peggioramento.

Le immagini della catastrofe portarono Firenze davanti al mondo. Il documentario appello Per Firenze, diretto da Franco Zeffirelli e narrato da Richard Burton, contribuì a suscitare attenzione e sostegno internazionale. A Santa Croce, intanto, il recupero apriva un lavoro che sarebbe durato decenni.

La partecipazione internazionale non si fermò ai primi soccorsi. Le testimonianze dell’epoca descrivono l’arrivo di denaro, attrezzature e specialisti, insieme alla nascita di comitati e agli appelli dell’UNESCO che contribuirono a veicolare il messaggio e sostenere la salvaguardia nel tempo. Il sostegno al patrimonio affiancava gli aiuti alla popolazione e contribuiva a rendere possibile un lavoro che la sola emergenza locale non avrebbe potuto esaurire.

Il sagrato della Basilica dopo l’Alluvione del 4 novembre 1966 – Archivio dell’Opera di Santa Croce (Foto Bazzechi / Kunsthistorisches Institut in Florenz - Max-Planck-Institut)

Il sagrato della Basilica – Archivio dell’Opera di Santa Croce (Foto Bazzechi / Kunsthistorisches Institut in Florenz - Max-Planck-Institut)

Militari e volontari nel Cenacolo di Santa Croce in atto di sollevare il Crocifisso di Cimabue per trasportarlo nel deposito della Limonaia di Pitti nei giorni seguenti l’alluvione del 4 novembre 1966 – Archivio dell’Opera di Santa Croce (per gentile concessione del Kunsthistorisches Institut in Florenz - Max-Planck-Institut)

Militari e volontari nel Cenacolo di Santa Croce in atto di sollevare il Crocifisso di Cimabue per trasportarlo nel deposito della Limonaia di Pitti nei giorni seguenti l’alluvione – Archivio dell’Opera di Santa Croce (per gentile concessione del Kunsthistorisches Institut in Florenz - Max-Planck-Institut)