Il Crocifisso di Cimabue, oltre l'Alluvione
Il Crocifisso divenne uno dei simboli dell’alluvione. Nella sua superficie offesa si riconoscono insieme la pittura conservata e la traccia di ciò che è andato perduto.
Dal Cenacolo alla Limonaia
Nel novembre 1966 la grande croce dipinta era esposta nel Cenacolo. L’immersione alterò il legno e gli strati che sostenevano il colore, provocando estese perdite. Una barella rigida in ferro, ideata da Baldini, consentì di trasportare l’opera in orizzontale, limitando le flessioni del supporto e proteggendo la pittura ancora aderente.
Il Crocifisso fu ricoverato nella Limonaia del Giardino di Boboli. Lì una lenta asciugatura controllata cercava di evitare ulteriori deformazioni e distacchi. Il successivo lavoro nei laboratori della Fortezza da Basso avrebbe affrontato anche il problema di come presentare un’immagine tanto danneggiata.
Leggere ciò che rimane
Una lacuna è una zona in cui la pittura e il disegno non sono più presenti. Nel Crocifisso le perdite erano troppo ampie per ricostruire i dettagli senza introdurre una nuova immagine. Il restauro cercò quindi un raccordo fra i brani originali superstiti.
L’astrazione cromatica, elaborata da Umberto Baldini, usa tratti di colore coerenti con la pittura vicina per attenuare il disturbo visivo delle zone mancanti. Non ridisegna le figure perdute. Aiuta l’occhio a ritrovare l’insieme, lasciando riconoscibile la ferita.
Il Crocifisso conserva così la propria forza espressiva e la memoria del danno. Non tutto può essere restituito: anche questo limite appartiene alla storia del recupero.
L’incontro nella Limonaia
Nel Natale del 1966 Paolo VI raggiunse la Limonaia di Boboli e si inginocchiò davanti al Crocifisso. Intorno erano raccolti dipinti provenienti da chiese e musei, affidati alla cura degli specialisti. La visita rendeva visibile un’attenzione che andava oltre la città: la croce ferita era ormai un’immagine del patrimonio minacciato e dell’impegno per salvarlo.






