Un patrimonio di cui prendersi cura insieme. Intervista alla presidente dell’Opera di Santa Croce, Sanesi
Il ricordo dell’alluvione vive nei racconti di chi affrontò l’emergenza, nelle opere recuperate e nelle scelte compiute per proteggerle. La presidente dell’Opera di Santa Croce ripercorre questa storia: il coraggio dei primi soccorritori, i restauri del Crocifisso di Cimabue e dell’Ultima Cena di Vasari, la solidarietà internazionale e l’impegno quotidiano per la tutela del complesso.

«L’alluvione ha portato una straordinaria lezione di civiltà, ci ha insegnato che il patrimonio artistico di una città come Firenze è un bene condiviso di cui ci si deve prendere cura tutti insieme.»
Santa Croce subì il record per il livello raggiunto dall'acqua dell'Arno, con 5 metri all'interno del Cenacolo e 2 metri e 60 nella Basilica. Quel ricordo è rimasto indelebile anche per tutti voi che avete ereditato l'amministrazione l'Opera di Santa Croce. Cosa vi è stato tramandato di quei giorni?
Furono giorni di disperazione e di coraggio. Ci restano i racconti e i volti, immortalati dalle foto, delle persone che accorsero in San Croce e che si trovarono di fronte una tragedia immane. I frati francescani furono i primi che si avventurarono nei chiostri ed entrarono nel Cenacolo, allora allestito come museo, dove il Cristo di Cimabue e decine di altre opere d’arte preziosissime erano state letteralmente straziate dalla violenza dell’Arno impazzito, dal fango e dalla nafta. Ugo Procacci, allora soprintendente, ha fissato nella memoria collettiva il dramma di quelle ore con parole che ancora oggi ci riempiono d’emozione: “Le tavole, gli affreschi, le sculture dello splendido Museo di Santa Croce, opere tutte di eccezionale importanza, erano rimaste sommerse e i danni apparivano veramente gravissimi. Questo fu forse per me il momento più tragico di questi tragici giorni”. Certo è che scattò immediata l’operazione salvezza: i frati, sotto la guida di Umberto Baldini che allora era a capo del Gabinetto restauri degli Uffizi, lavorarono alacremente, addirittura setacciarono il fango per recuperare i frammenti delle opere danneggiate. Si fece di tutto per restituire all’umanità il patrimonio di Santa Croce.
Un posto particolare della tragedia spetta al Crocifisso di Cimabue. Ancora oggi molti si chiedono come sia stato possibile: dove si trovava? Come ha fatto l'acqua a raggiungerlo?
Il Cristo di Cimabue è davvero il simbolo della tragedia ma anche della rinascita. Fu Paolo VI, nella sua storica visita a Firenze del Natale ’66, a definirlo “la vittima più illustre dell’alluvione”. Come si è detto si trovava nel Cenacolo, dove l’acqua raggiunse i cinque metri: quelle immagini che lo vedono divelto, oltraggiato dall’acqua e dalla melma, portato via con mezzi di fortuna - una sorta di barella di ferro ideata da Umberto Baldini - hanno un altissimo valore simbolico. La croce è stata oggetto di un lungo e innovativo restauro nei laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure e, dopo una serie di esposizioni in Europa e in America, oggi si trova in sicurezza nella sacrestia della basilica dove ogni giorno suscita l’ammirazione e l’emozione dei visitatori. La sua potenza espressiva è ancora straordinaria.
Il Crocifisso di Cimabue non fu l'unico ad essere travolto dalla furia dell'Arno, quali sono state le altre vittime eccellenti dell'immenso patrimonio del complesso monumentale
C’è un’altra opera simbolo della forza di reagire all’alluvione, è l’L’ultima cena di Giorgio Vasari. Anch’essa si trovava nel Cenacolo, dove si può ammirare anche oggi, ed è stata protagonista di un altro restauro “impossibile” da parte dell’Opificio delle Pietre Dure. La festa per il suo recupero si è tenuta nel 2016, a cinquant’anni dall’alluvione, con la partecipazione del presidente Mattarella. Nel cenacolo l’onda brutale del fiume travolse anche la statua in bronzo dorato di San Ludovico di Tolosa di Donatello, l’Incoronazione della Vergine di Maso di Banco e poi - nella Cappella Cerchi - opere preziose di Bronzino, Cigoli, ancora Vasari e Andrea della Robbia. Nella cappella Pazzi l’altare venne devastato dalla violenza dell’acqua. In basilica, che si trova a livello più elevato, tutte le fasce basse delle pale d’altare sono state pesantemente danneggiate come, del resto, i monumenti funebri per cui si rese necessaria una campagna di ripulitura senza precedenti.
Il fatto positivo fu che da tutto il mondo accorsero per aiutare nel salvataggio e successivamente nel restauro delle opere danneggiate. Ma cosa è andato definitivamente perduto? Ci sono ancora restauri da ultimare…
Ci fu una gara di solidarietà, anche per Santa Croce, davvero commovente. I primi volontari ad accorrere furono un gruppo di studenti ebrei di una scuola americana di Firenze. Decisivo per liberare la basilica e il cenacolo dal fango fu l’arrivo degli uomini della Brigata Cremona che lavorarono fianco a fianco con i frati e i volontari. È davvero emozionante rivedere il documentario-appello Per Firenze di Franco Zeffirelli che con la voce di Richard Burton racconta la tragedia dell’alluvione. Ci sono immagini indimenticabili di quello che era accaduto e stava accadendo a Santa Croce.
Cosa è andato perduto e cosa resta da restaurare? Fortunatamente sono state fronteggiate perdite irreparabili, con uno sforzo immane si è cercato di salvaguardare tutto il patrimonio. Restano ancora tre opere in restauro all’Opificio delle Pietre Dure a fronte delle centinaia di interventi di recupero portati a termine in questi sessant’anni.
Da allora molti provvedimenti sono stati adottati e gran parte del patrimonio artistico di Santa Croce adesso può essere messo in sicurezza in pochi minuti. Quali gli interventi più significativi?
L’area museale, con le sue preziose opere, è stata spostata integralmente nell’area del noviziato, uno spazio più elevato, adiacente alla basilica, che offre maggiori garanzie di sicurezza. Come si è detto il Crocifisso di Cimabue adesso si trova lì accanto, nella sacrestia, mentre per L’Ultima cena di Giorgio Vasari, è dotata di meccanismo manuale che, in caso di emergenza, consente a una sola persona, nell’arco di tempo di 5-10 minuti, di provvedere al sollevamento e alla messa in sicurezza attraverso un sistema di contrappesi. La tutela del patrimonio, per l’Opera di Santa Croce, è una missione primaria.
Cosa ha insegnato quel disastro di cui Firenze porta ancora le ferite?
L’alluvione ha portato una straordinaria lezione di civiltà, ci ha insegnato che il patrimonio artistico di una città come Firenze è un bene condiviso di cui ci si deve prendere cura tutti insieme. È un messaggio che non ha confini geografici: ci sono donatori da tutto il mondo che oggi scelgono di contribuire, con generosità e direi amore, agli interventi di tutela del patrimonio di Santa Croce. La testimonianza più recente è il restauro delle Storie di San Francesco di Giotto, nella Cappella Bardi, che ha visto la partecipazione di centinaia di persone da tutto il mondo.