Coppo di Marcovaldo

San Francesco e venti storie della sua vita (Tavola Bardi), 1245-1250

Autore: Coppo di Marcovaldo (Firenze 1255 circa-documentato ancora nel 1276), attribuito
Titolo: San Francesco e venti storie della sua vita (“Tavola Bardi”)
Data: 1245-1250
Materia e tecnica: tempera e oro su tavola
Misure: 230 x 123 cm
Iscrizione: "HU[N]C EXA/UDITE P(ER) / HIBENT[EM] / DOGMAT/A VITE" nel rotulo in alto
Collocazione: basilica di Santa Croce, transetto

L’opera è una delle più significative della pittura duecentesca. Commissionata forse dalla famiglia Tedaldi, dal 1595 è sull’altare della cappella Bardi, posizione che ha determinato l’appellativo di “Tavola Bardi”, e l’uso per il suo autore del nome convenzionale di “Maestro della tavola Bardi”, prima dell’attribuzione a Coppo di Marcovaldo. La tavola è collocata temporaneamente nel transetto in previsione del restauro degli affreschi di Giotto.

Esterno della cappella Bardi. Firenze, Santa Croce, transetto destro

La tavola con San Francesco e venti storie della sua vita sull'altare della cappella Bardi. Basilica di Santa Croce, transetto destro

San Francesco è raffigurato in piedi, benedicente, con un libro nella sinistra. Nella fascia decorativa interna sono presenti piccoli busti di frati francescani, che potrebbero alludere alla comunità di Santa Croce dell’epoca. Le venti storie che circondano Francesco – a comporre la narrazione più completa delle vicende del santo prima del ciclo di Assisi – sono desunte dalla Vita prima di Tommaso da Celano (1228-1229) e devono essere lette in senso antiorario, dall’alto a sinistra: Francesco, imprigionato dal padre, viene liberato dalla madre; si spoglia delle vesti dinanzi a Guido, vescovo di Assisi, e al padre Bernardone; disegna l’abito francescano davanti al vescovo; sceglie la povertà evangelica, che manifesta liberandosi delle scarpe; con i compagni viene ricevuto da Innocenzo III, che approva verbalmente la Regola francescana (poi ratificata ufficialmente da Onorio III); istituisce il presepe a Greccio; predica agli uccelli; predica ai musulmani davanti al Sultano; riscatta un agnello che pascola tra le capre; scambia il suo abito con due agnelli che devono essere macellati; riceve le stimmate; fa pubblica penitenza per aver rotto il digiuno; appare a fra Monaldo mentre i frati sono riuniti al Capitolo di Arles durante la predica di sant’Antonio; ammaestra i lebbrosi tenendone uno sulle ginocchia e lavando i piedi agli altri; alla morte l’anima viene portata in cielo da angeli e gli storpi guariscono; durante le esequie sana una fanciulla con il collo storto e caccia i demoni da una donna di Narni e da Pietro da Foligno; è canonizzato da Gregorio IX; salva dal naufragio una nave salpata da Ancona; pellegrini e marinai, riconoscenti, portano candele alla sua tomba; guarisce dalla gotta Bartolomeo da Narni

L’esecuzione della tavola è sicuramente da collocare tra la canonizzazione (1228) e l’obbligo di distruggere le biografie di Francesco antecedenti a quella di san Bonaventura (1266), ma può essere precisata, per via stilistica, agli anni 1245-1250. L’attribuzione a Coppo di Marcovaldo, principale artista fiorentino prima di Cimabue, è determinata dalla plasticità delle figure, dalla forte espressività, insieme alla minore attenzione per la rappresentazione dello spazio e delle architetture.