Cappella Cerchi. Firenze, Santa Croce, museo

Museo

Il museo dell’Opera di Santa Croce occupa attualmente lo spazio dell’antico refettorio e l’ala del convento francescano che divide i due chiostri.

Il Cenacolo, un grande ambiente rettangolare con soffitto a capriate illuminato da ampie bifore, fu progettato e costruito all’inizio del Trecento insieme al chiostro e al loggiato lungo il fianco meridionale della chiesa, in una delle prime fasi costruttive del complesso.

Le soppressioni napoleoniche del 1808-1810 provocarono il degrado di questa parte del convento non più utilizzata dai frati: la grande sala fu adibita anche a fabbrica di tappeti e portò poi i segni dell’alluvione del 1844. Dopo il trasferimento della Capitale a Firenze nel 1865 e il trasloco in Santa Croce dell’Ufficio del Debito Pubblico, l’ex Cenacolo divenne magazzino di "scartoffie", ma nel 1884 si cominciò a ipotizzare l’uso degli ambienti come spazio espositivo. Vi furono collocati materiali eterogenei provenienti dai depositi dell’Opera, mentre l’apertura di un museo vero e proprio risale al 2 novembre 1900. L’allestimento, sotto la direzione di Guido Carocci nella sua qualità di Ispettore dei Monumenti, fu "improvvisato" in soli tre o quattro giorni. Il museo accolse le opere del complesso di Santa Croce che non avevano più una collocazione, ma anche altre provenienti dalle demolizioni ottocentesche del centro storico (il cosiddetto "vecchio centro") di Firenze o, infine, da complessi soppressi. 

Nella seconda metà del Novecento fu stabilito di rinnovare il museo che, dopo lunghi lavori, aprì il 26 marzo 1959 in un nuovo allestimento, ampliato nel 1962 con l’inclusione delle sale del fabbricato che divide i due chiostri. Divenne così parte dell’esposizione la Cappella Cerchi, struttura gotica rimaneggiata all’inizio del Quattrocento.

Interno del Cenacolo verso la metà del XX secolo. Firenze, Santa Croce

Il Cenacolo verso la metà del Novecento

Durante la terribile alluvione del 4 novembre 1966 nel Cenacolo l’acqua raggiunse i cinque metri e due centimetri, "quasi l’altezza di due stanze di un moderno stabile di abitazione", come fu scritto allora. La nafta e l’acqua fangosa deturparono le opere con macchie giallastre e il Crocifisso di Cimabue divenne drammatico simbolo dell’alluvione stessa.

Cimabue, “Crocifisso”, prima del 1288, tempera su tavola. Foto dopo l’alluvione del 1966. Firenze, Santa Croce, cenacolo
Cimabue, Crocifisso, prima del 1288
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A lungo il museo è stato chiuso e fu riaperto nel 1975 dopo lo stacco e la ricollocazione dell’affresco di Taddeo Gaddi nel Cenacolo e di quello di Jacopo Ligozzi nell’adiacente refettorio d’inverno. L’anno successivo, decennale dell’alluvione, fu riportato il grande Cristo di Cimabue, poi trasferito nella sagrestia, insieme ai più importanti dipinti su tela e tavola restaurati nel corso dei decenni successivi. 

Interno del Cenacolo nel 2006. Firenze, Santa Croce, complesso monumentale

L'allestimento temporaneo del Cenacolo realizzato nel 2006 per ospitare le opere restaurate in seguito all'alluvione del 1966

Attualmente il museo è in fase di nuova progettazione e riallestimento, mentre rimangono visitabili la sala del Cenacolo e la cappella Cerchi con i capolavori che ospitano.